La rosa non sa fare il blu. O meglio: non sa produrre la molecola che, in molti fiori, contribuisce a ottenerlo. Dopo più di trent’anni di ricerca, gli scienziati gipponesi del Suntory Global Innovation Center hanno ottenuto una rosa dalla colorazione violet-blue grazie alla copigmentazione. E hanno capito che non basta darle il pigmento giusto: bisogna cambiare anche ciò che gli sta intorno.
Perché non esistono rose naturalmente blu? La risposta sta, prima di tutto, nella chimica. Tra i pigmenti che contribuiscono alle colorazioni blu dei fiori c’è la delfinidina, un’antocianina che troviamo, per esempio, in petali di campanule, viole e genziane. La rosa, però, non possiede naturalmente gli strumenti biochimici necessari per sintetizzarla. Per questo, da decenni, i ricercatori cercano di modificare la pianta per permetterle di produrla. La strada sembrava promettente. Nel 2004 i ricercatori giapponesi del Suntory Global Innovation Center riuscirono a ottenere una rosa geneticamente modificata capace di produrre delfinidina. Ma il risultato non fu quello che si poteva immaginare: il fiore – chiamato Blue Rose Applause™ – non diventò davvero blu, la sua tonalità rimase più vicina al malva e al lilla. E ora sappiamo perché.

Il blu è una questione di compagnia
Il motivo è che, nei fiori, il colore non dipende da una sola molecola. Un pigmento può cambiare aspetto a seconda dell’ambiente chimico in cui si trova e delle molecole con cui interagisce. In alcuni fiori blu, le antocianine non lavorano da sole: sono accompagnate da altre sostanze, chiamate copigmenti, che possono modificare il modo in cui la luce viene assorbita e spingere la colorazione verso il blu.
È su questo principio che si concentra il nuovo lavoro del Suntory Global Innovation Center, presentato nell’agosto 2026 al congresso internazionale di orticoltura di Kyoto. I ricercatori hanno studiato l’interazione fra i pigmenti e alcuni flavone C-glicosidi, individuando combinazioni particolarmente efficaci. Tra queste, quella fra malvidina e isoorientina.
A quel punto hanno introdotto nella rosa quattro geni necessari per permetterle di produrre le molecole coinvolte. Il risultato è una colorazione che i ricercatori definiscono violet-blue: non ancora il blu puro che si potrebbe desiderare, ma un passo ulteriore rispetto alle precedenti rose geneticamente modificate. E c’è un dettaglio particolarmente interessante: aumentando la quantità di questi copigmenti, aumenta anche la componente blu del fiore.

Trent’anni alla ricerca del blu
La ricerca di Suntory sulla rosa blu è iniziata nel 1990. Il primo grande risultato è arrivato nel 2004, seguito nel 2009 dalla commercializzazione in Giappone della SUNTORY blue rose APPLAUSE. Ora la ricerca compie un altro passo: dal pigmento si passa all’ambiente che lo circonda.
La nuova rosa è stata osservata anche in condizioni di coltivazione reali: Suntory riferisce di avere verificato la stabilità della colorazione durante tre anni di prove in campo in Colombia. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una colorazione ancora più blu e stabile.
La storia della rosa blu, quindi, non è ancora arrivata alla fine. Ma oggi sappiamo qualcosa in più su quanto sia complesso il colore di un fiore.